23 | 06 | 2017

Introduzione Congresso 2004

Introduzione alle relazioni sul minimo intervento a Thiene. Cosa significa Minimal Intervention?

E. Weddigen

Minimal Intervention. E’ la realizzazione pratica un atteggiamento filosofico verso l’intervento di conservazione e di restauro di un oggetto artistico o culturale.

Minimal Intervention non è un concetto nuovo; solo l’anglicismo è recente. Poiché Esprime un atteggiamento mentale piuttosto che una tecnica, questo principio esiste da prima che nascesse la consapevolezza dell’operare artistico e della sua conservazione o trasmissione ai posteri. Immagini di culto distrutte dai nemici o non più utilizzabili si interravano con rispetto nel suolo del Temenos, Maratta restaurava gli affreschi di Michelangelo nella Sistina con cosi grande cautela, che i suoi interventi sono stati rimossi recentemente senza gran pena, i chiaroscuri dei Rembrandt a Kassel si “illustrano” da anni solo con la raffinata arte dell’illuminazione. Far rivivere o tramandare ai posteri le sculture degli altari barocchi e spesso questione di climatizzazione ideale e non di ridorature seducenti, e la loro sopravvivenza è stata da sempre l’espressione di venerazione e rispetto davanti al genio della creazione artistica. La presunzione e l’eccessiva valutazione di sé da parte dell’artigiano e del tecnico spinsero fatalmente verso un interventismo eccessivo e frettoloso, aggravato ancor più dal fatto che mancavano loro formazione, comprensione e intimità storica con l’oggetto loro affidato.

Dopo la meta del secolo scorso è cresciuto una specie di delirio dell’innovazione: furono messe a disposizione informazioni e metodologie chimiche e fisiche, apparecchiature pur ingegnose, ma finalizzate al massimo intervento di restauro che hanno reso l’operatore sempre più lontano dal suo paziente. Persino un microscopio elettronico non sostituisce l’approccio psicologico e fisico dell’osservatore attento che incontra l’oggetto, degradato magari a puro oggetto materiale o sottovalutato e sottomesso senza possibilità di reagire.

Minimal Intervention significa il riconoscimento che un opera d’arte non necessita di alcun intervento se non quelli che desidera da sè: non ha bisogno di calore né di umidità, néi di tensione, né di pressione, non necessita di un supporto esigente, nè apporto di mezzi indurenti, conservativi chimici, né di prodotti di brillantezza estetica, i quali vanno oltre l’equilìbrìo e la stabilità che essa si è andata costituendo. L’oggetto desidera durare nel tempo, ma anche talvolta morire in pace e dignità.

Minimal Intervention significa procedere con circospezione sulla totalità dell’oggetto. Al verso di una tela si deve garantire la stessa cura che si dà al recto, cosi come si rispetta la tridimensionalità di una scultura, o l’interno di un monumento al pari del suo esterno.

Minimal Intervention pretende osservazione, pazienza, ispirazione ponderata, il rifiuto, di ricette standardizzate e di tecniche di routine di fronte alla certezza che ognuno dei nostri pazienti è un caso unico, un individuo; di conseguenza necessita la conoscenza della molteplicità e varietà di interventi possibili, che si conoscano profondamente e che siano stati adoperati precedentemente. E che siamo pronti a considerare e prevedere eventuali fallimenti oltre che i successi. Minimal Intervention fa diventare spontaneo considerare sempre l’intervento di minore impatto o gravità come alternativa a ciò che si è progettato all’inizio.

Minimal Intervention vuol dire mirare al massimo successo conservativo con interventi di restauro minimamente invasivi.

Minimal Intervention significa sempre una maggiore volontà di contemplare, sapere, identificare, ponderare ed imparare e una minore quantità di operatività,, azione, sicurezza in se stessi e volontà di successo.

Minimal Intervention si realizza preferibilmente nel team, nel dialogo con voci concordanti, ma in confronto sincero con le gerarchie dei superiori spesso meno informati. Minimal Intervention non significa rinunciare ad apparecchiature o mezzi tecnici, metodi scientifici di analisi e di ricerca, ma utilizzarli preferibilmente nel campo preliminare cognitivo di un intervento in modo non distruttivo o in misura adeguata. Minimal Intervention richiede elasticità spirituale, intellettuale o retorica per convincere proprietari o committenti del significato e dell'intervenire minimalmente. La tradizione gerarchica, la prepotenza culturale e politica e la mancanza di formazione interdisciplinare negli accademici impediscono spesso una intesa di team e un lavoro comune fruttuoso fra restauratore, scientifico, conservatore di monumenti, funzionari di musei e università Quousque tandem...?

Minimal Intervention richiede di saper presentare con assoluta sincerità il proprio intervento, richiede documentazione completa, autocritica meticolosa, rinuncia a ogni presunzione.

Minimal Intervention si sottomette all'autocontrollo continuo etico secondo le massime di ICOM, NIKE, della Carta di Venezia e degli statuti delle associazioni nazionali dei restauratore sotto la guida di ECCO.

Che ECCO abbia un eco nel nostro fare e nelle nostre abitudini protettive e conservative Ecco un Decalogo virtuale da appendere alla porta dello studio:

Minimal Intervention sia il tuo principio. Esso ti ha condotto fuori dal deserto dell'interventismo. Fuori di esso esistono solo massime di secondaria importanza. Della tua persona e posizione non fare un monumento di ortodossia. Al più tardi di una generazione i tuoi metodi saranno ammuffiti e invecchiati.

Non abusare del concetto di Minimal Intervention per giustificare interventi malan¬dati. Nel caso di dubbi prendi tempo. Ozio genera idee; un simposio, un anno sab¬batico di formazione ulteriore fa bene a te come ai tuoi pazienti futuri.

Onora egualmente studi ed artigianato come forma e colore, intuizione e microscopio; solo nell'equilibrio del sapere e fare la tua carriera sia benefica. Lascia vivere i tuoi pazienti, non li restaurare a morte. Rimanga pane ai posteri. Non fornicare coi superiori, ma convincerli.

Non derubare i tuoi precursori, maestri o autori onorevoli dei loro meriti.

Non falsificare l'eredità professionale di un predecessore attribuendogli i tuoi guai.

Non invidiare stili di vita, salario, onore o collaboratori dei tuoi concorrenti. (Nel tedesco popolare si usa un undicesimo comandamento: Non farti acchiappare Temo che qui sia inopportuno, malgrado qualche collega non desista a osservarlo).

Chi pensa che i comandamenti di Mosè non siano utilizzabili o adattabili al nostro mestiere, (le chiuse del "MOSE" nella Laguna di Venezia per alcuni non sembrano corrispondere a un Intervento Minimo, ma le gridano come "faraoniche"), si consoli col giuramento ippocratico (leggermente modificato), il quale non si allontana davvero molto dalla nostra professione:

"Giuro davanti a Mani e Lari dell'arte, di rivelare la mia scienza e arte pubblicamente e offrirle gratuitamente ad altri, di adoperare le mie capacità, giudizi e precetti esclusivamente per l'utilità dei miei pazienti. Non utilizzerò rimedi nocivi ne principi radicali del conservare. La mia vita ed il mio mestiere abbiano da svilupparsi in armonia equilibrata. Metodi violenti mi siano estranei. Altrettanto un qualsiasi sfruttamento dei miei collaboratori o sottomessi. Delle condizioni, rapporti e faccende della mia clientela taccio. L'onore del mio mestiere sia in testa a tutto."

E chi al posto di Ippocrate preferisce un testimone cristiano del Minimo Intervento, sia servito con la simpaticissima figura del Poverello San Francesco, che potrebbe essere nominato vero patrono del nostro mestiere perché, motivato per errore dal consiglio divino di restaurare la chiesa ("Francesco, va e ripara la mia casa che, come ben vedi, è tutta in rovina"), si affrettava a ricostruire con le proprie mani, con calcina e cazzuola, le cappelle di San Damiano, di San Pietro e dell'Oratorio della Porziuncola ad Assisi. Lui, il Prodromos dei "Minoriti" e dei "Minimi", cantava nel suo inno al sole, il "Cantico a frate sole", proprio quello che possiamo tradurre nel nostro mondo dell'arte riguardo agli oggetti affidati a noi: "e serviateli cum grande humilitate".

L'umiltà davanti all'opera - oggi parola poco usata sull'orlo di sentimentalismo o ampollosità - in fin dei conti e sempre premessa a ogni fare conservativo, anche se l'atmosfera dei nostri laboratori nel frattempo si e impregnata, simile a quella degli ospedali ultra specializzati, del ticchettio degli apparecchi, del chiocciare dei tubi, dello splendore dei lumi operatori e dell'odore dei vapori eterici.

Negli anni tra il 1982 fino al 1991 cercavo nei mesi estivi con l'aiuto di decine di volontari ed allievi, senza aiuti finanziari né mezzi sofisticati, solo con l'alloggio e cibo, di restaurare nella sua totalità di immobili e di opere mobili la fatiscente chiesa del castello di San Michele in Teverina, provincia di Viterbo. L'insegnamento di questo intervento avventuroso sotto l'etichetta emblematica di "restauro povero" era la dimostrazione che doveva e poteva essere possibile salvare le opere minori, base di ogni prodotto culturale di maggiore importanza nella piramide dei valori artistici e culturali.

Si voleva richiamare nella coscienza pubblica l'importanza di una visione globale sull'eredità culturale e non l'isolamento delle opere principali in odore di utilità e valore turistico, della vanità degli sponsor, della speculazione politica di investimenti diretti secondo il gusto personale. Ai collaboratori di allora, oggidì sparsi ai quattro venti, diventati restauratori o conservatori, ma sempre obbedienti agli stessi principi idealistici, voglio esprimere qui per la prima volta coram publico la gratitudine del paese e della detta regione.

Se i contributi di questo simposio a Thiene - cosi spettacolare per l'Italia - ci sembra che ogni tanto si allontanino dal tema specifico del minimal Intervention, si deve avere cura che tutte le approfondite ricerche di orientamento, anche disparate, siano fatte prima di ogni considerazione di intervento. Solo con un baule pieno di sapere possiamo iniziare un positivo viaggio nel mondo della riservatezza e del rispetto verso l'opera d'arte.