24 | 09 | 2017

Introduzione Congresso 2006

Una Introduzione agli Atti del 3° Congresso "Colore e Conservazione" di Milano, 10-11 novembre 2006

Erasmus Weddigen

Nella seconda metà del secolo appena trascorso abbiamo visto finire la guerra "fred­da" (o era invece "calda"?) intorno alla foderatura, al marouflage, ai supporti rigidi, al tavolo a caldo, alla rintelatura a freddo, alla "resinazione" austriaca, alla definizio­ne del punto-limite, alle tante pressioni, sottovuoti, depressioni ... Quante tecniche! Al Nord ci si batteva per la saldatura ad alte pressione e temperatura. Al Sud non ci si scostava dalla sacra e consolidata tradizione della colla-pasta con fungicida. Oltralpe la cucina prevedeva cere naturali mescolate a resine ed altri ingredienti spes­so rigidamente segreti. Ad Est si brindava con ferro da stiro, vescica di storione, miele e vodka. In Occidente esistevano (e durano ancora) i foderatori vita natural durante. Nel selvaggio West si foderava su alluminio e si inventava l'onnipresente e l'onnipotente BEVA. Fra Firenze e Roma era stillicidio continuo su nuovi reagenti chimici dai poteri straordinari, prodotti di qualità….e posti per sovrintendenti lungimiranti.

Oggi, entrati nella giovane età del minimo intervento, della micro cucitura, dell'at­tenzione preliminare alle condizioni di conservazione, alla cautela preventiva e meto­dologica davanti a tante avventure fisiche e chimiche, stupiti ci chiediamo: di che cosa si trattava davvero con tanta animosità nel "secolo buio" del restauro aggres­sivo? E ci rispondiamo: si trattava, come sempre in tutta la storia della conserva­zione del patrimonio storico e artistico, di consolidamento e poco più.

A causa del frastuono causato dallo scontro tra tecniche e prodotti, credendo cia­scuno di aver trovato i metodi e i materiali miracolosi capaci di dare vita eterna ai nostri "pazienti", abbiamo perso la percezione che di questo, principalmente di que­sto, si trattava.

"Multum multa iuvat", molto aiuta molto, si credeva. Come se non si sapesse fin dai tempi di Paracelso che ogni medicina data in sovrabbondanza si converte in veleno! I nostri interventi dovevano essere gli ultimi, i massimi, quelli capaci di garantire eternità alle opere, perchè fondati sui più moderni ritrovati della scienza e della tec­nica moderne. Ogni traccia degli interventi precedenti doveva essere sradicata, dimen­ticata, annullata, perchè tecnicamente sbagliata, scientificamente arretrata e storica­mente sorpassata.

Di nuovo si contemplano oggi le rovine di una stagione assetata di tecnica, con la quale si pensava di poter fare meglio tutto e lo si voleva fortemente. Quattro quin­ti delle nostre azioni (restauro del gia restaurato) dimostravano che si era dimenti­cato il vecchio insegnamento di Eraclito che "panta rei", tutto scorre e che gli uomi­ni, noi stessi, rappresentiamo solo piccoli punti che passano nell'eterno fluire del tempo. I sassi camminano anche senza i nostri passi. A che serve smuovere grandi massi per rinforzare argini con teorie che non impediscono, anzi, che spesso pro­vocano inondazioni peggiori neanche una generazione dopo?!

A Milano 2006, nel 3° congresso di Colore e Conservazione, siamo ritornati con "fran­cescana" umiltà (se il Poverello – Santo del restauro – lo permette) sul tema del con­solidamento, senza smodati entusiasmi per nuovi materiali, metodi e tecnologie. Si e voluto semplicemente riprendere l'approfondimento delle necessarie ricerche di base

e renderle conoscenze di base e strumenti di comunicazione tra addetti e restaurato­ri. Credo che si sia compiuto un "atto di manutenzione" cerebrale, che si sarebbe dovu­to fare due generazioni fa, in memoriam di Cesare Brandi. E stato un congresso davve­ro internazionale, organizzato come tappa verso il 2008, quando nel 4° congresso con i risultati delle sperimentazioni individuate, le linee per il futuro elaborate, il rinnova­to confronto tra le presentazioni allora portate, ci si promette di contribuire ad eleva­re la pratica del restauro su un livello metodologico più alto del passato.

Gia nel lontano 1974 a Greenwich o nel convegno ICOM di Venezia l'anno seguen­te si credeva che si fosse schiusa l'alba di una nuova era della conservazione, basa­ta su un serio carattere scientifico, ma gli operatori ed i conservatori di allora non erano ne preparati ne maturi abbastanza per introdurre la ricerca di base nel loro agire quotidiano.

A Piazzola sul Brenta nel 2002 e con ancor maggiore coraggio a Thiene nel 2004 il Cesmar7 rompeva gli argini per organizzare convegni orientati su tematiche di base e su alcuni principi fondamentali. Proprio il secondo convegno mi sembra che abbia rappresentato una pietra miliare per la crescita della coscienza nel nostro mestiere. Molti restauratori e soprattutto i partecipanti più giovani del convegno di Milano sono stati sfidati e forse si sono sentiti fortemente sovracaricati: attendevano fatti, sicurezze, prognosi e analisi capaci di produrre indicazioni immediate per il loro lavo­ro, magari anche ricette o metodologie o prodotti nuovi. Bisogna essere attenti anche al loro eventuale disagio.

Per parte loro i relatori si davano a una discipline ferrea, per tornare agli iniziali prin­cipi di causa-effetto, ai teoremi di base; mostravano e dimostravano modelli mate­matici, diagrammi, parabole e parallassi, quantità e numeri, tanti numeri….

Anch'io nel 1964-68 avrei protestato presso l'ICR di Roma contro quel flusso di scientificità, competente ma incolore: noi all'epoca eravamo avidi di sbucciare Cima da Conegliano dai suoi legni, abbattere e ingabbiare gli affreschi di Nerone nella Domus Aurea, plastificare la croce di Cimabue e stirare i Caravaggio di S. Luigi dei Francesi!

Prima di affidare speranzosi al 2008 questi desideri "maneschi", prima di pensare solo a quanto potremo ricavare per la pratica quotidiana del mestiere, occorre medi­tare su qualche verità di base: "Che cosa e il consolidamento?"

Consolidare significa fortificare e riapplicare gli strati pittorici, cioè gli strati porta­tori della valenza estetica del dipinto, quando essi siano indeboliti o scarsamente ade­renti al supporto, in modo da ridare loro e a tutto il manufatto la compattezza e l'adesione necessaria. Ma questo non implica che supporti preparazioni e strati pit­torici debbano di nuovo unirsi inviolabilmente, ben amalgamate, saldati e omoge­neizzati, come succedeva nelle impregnazioni, nelle "resinazioni", nelle imbeviture di cera o nelle foderature forzate a stiro nel passato.

Qualche regola per il consolidamento:

  1. unico scopo di un qualsiasi consolidamento e diminuire una debolezza di coe­sione-adesione; la nuova forza d'incollaggio non deve mai superare l'adesione ini­ziale o originale;
  2. gli agenti originali dell'adesione dovrebbero essere riattivati o scambiati , se pos­sibile,con sostanze identiche, in altri casi con materiali "affini", cioè compatibi­li, che sviluppino un'azione simile. Una reattività superiore o dissimile rischia sempre di creare comportamenti futuri imprevedibili o interazioni nocive con le materie circostanti;
  3. ogni cambiamento ottico o estetico causato dal consolidamento sia escluso; l’ori­ginalità visiva del paziente e intoccabile;
  4. ogni sostanza aggiunta e sottoposta ad un processo d'invecchiamento, che comin­cia al momento dell'applicazione (ora zero) e spesso descrive poi una curva para­bolica di peggioramento: la virulenza di un agente si nota sia all'inizio (raggrin­zimenti, rigonfiamenti) che, in forme più marcate, verso la fine della sua attività (decadimento, reticolazione, cristallizzazione);
  5. non esiste reversibilità, al massimo sussistono dopo l'applicazione una relativa diluibilità dei componenti chimici e una eventuale flessibilità: fenomeni, tuttavia, destinati a mutare molto con l'avanzare del tempo e con il variare delle condi­zioni ambientali;
  6. ogni materiale da applicare segue un suo comportamento tipico e "scientifica­mente" descrivibile solo in provetta o in esperienze ripetibili in laboratorio: ma quando sono combinati o devono convivere in combinazione con sostanze poli­valenti e amorfe? Quando saranno alterati dall'invecchiamento o da condizioni conservative imprevedibili? Quando non sarà possibile o lecito effettuare conti­nue analisi sull'originale stesso?

Mi rendo conto, sono principi pieni di divieti, ma non ci devono deprimere: i risul­tati degli studi, presentati nelle pagine che seguono, formulati da ricercatori di spic­co a livello internazionale, sono spesso esperimenti nati negli asettici ambienti di un laboratorio, a prima vista con poco in comune con gli interventi concreti sulle ope­re d'arte. Invece ci forniscono una serie di certezze, pia o meno grandi, sui mate­riali da applicare, sui loro comportamenti, durata, forza strutturale sotto sforzo, tutti argomenti indispensabili nella conservazione e nel restauro. Ci permettono di vali­dare, comparare, eventualmente escludere o evitare prodotti confezionati poco ade­guati. Ci forniscono strumenti per perfezionare le nostre possibilità di scelta, ci ren­dono più prudenti, pin coscienti quando ci muoviamo in via di ipotesi. L'impoten­za rende modesti. I naufragi creano esperti.

Abbiamo finora prevalentemente usato strumenti ottici oppure eseguito osservazio­ni con particolari raggi o a particolari lunghezze d'onda, interessandoci al compor­tamento di materiali eventualmente utili al restauro e alla conservazione. Nel pros­simo futuro occorrerà dedicare attenzione anche ai metodi di applicazione, agli attrez­zi del nostro operare: da sempre nei laboratori si lavora con mezzi arcaici, se non primitivi (pennelli. spatole, bastoncini, piumaccioli di cotone, bisturi) trascurando tanti attrezzi pin raffinati adatti a semplificare e perfezionare le nostre operazioni. Anche queste operazioni, nella logica del minimo intervento, possono essere ese­guite su zone piccole, riducendo i tempi dell'intervento, minimizzando i rischi, cer­cando di eliminare i traumi sulle opere: ad esempio con le micro tavole calde, i con­gegni di micro-assorbimento, i micro-aspiratori, gli aghi chirurgici per la cucitura microscopica, gli attrezzini miniaturizzati per il taglio, i recipienti di dosaggio "intel­ligente", le vane tipologie di macchinari per un tensionamento preciso, il micro-vuo­to per l'incollaggio di fibre, e cosi via.

Siamo sinceri: quanti studi di restauro ospitano uno stereomicroscopio, che serve per poco pin di un alibi, o di uno status symbol, per la ditta? Con questo strumen­to non basta diagnosticare qualche danno ogni tanto, esso dovrebbe essere di uso costante durante tutto il processo di lavoro. E chi di noi riosserva l'opera attraver­so l'oculare dopo un intervento concluso? Spesso questo "occhio della verità" ci crea l'ansia di poter scoprire anche un piccolo errore metodologico o materiale. Chi di noi ha gia osservato sotto le lenti la differenza di una tela imbevuta di BEVA e di seguito "plastificata" a caldo con un'altra solo impregnata dello stesso a freddo, dopo l'evaporazione del solvente? Le due prove non possono non apparire pin diverse! I loro comportamenti non pin differenti per flessibilità, solubilità dell'agente, reattività cambiamenti climatici, parametri di rottura.

Cambiando un po' argomento, chi ha osservato che cosa fa un impregnante qual­siasi, se applicato sul retro di una tela posta a faccia in giù su un supporto liscio o ricoperto di un foglio impermeabile? Dove sarà portato il materiale per effetto della capillarità? Sicuramente dove non ci serve; anzi, sul fronte dove crea effetti distur­banti e nocivi sullo strato pittorico.

Si è dimostrato utile ed efficace applicare un impregnante qualsiasi – quando real­mente necessario - dal retro della tela in posizione verticale, ancora tensionata sul suo telaio: in tal modo si permette una penetrazione per capillarità controllata, faci­litata e in grado di penetrare fin dove si ritiene necessario. In pochi istanti si vede apparire nel craquelure sul fronte del dipinto una rete finissima del veicolante, che si ritira discretamente appena evaporato il solvente, segnalando cosi la profondità della penetrazione, la sua distribuzione e la quantità presente alla fine del trattamento.

In tal modo riuscii a consolidare e appianare un'intera tela dell'Ottocento, che stava sfaldandosi completamente.

Le tecniche analitiche moderne hanno proposto da tempo agli storici dell'arte e ai conservatori una serie vasta di strumenti come IR, Roentgen, lampade al quarzo, microscopia elettronica ecc., per rendere pin visibile la struttura interna dell'opera. Invece l'occhio del restauratore è rimasto inspiegabilmente troppo lontano dalla superficie del dipinto. L'aspetto appena accettabile dell'opera in una distanza musea­le media sembrava garantire una certa qualità dell'intervento. Certe collezioni famo­se, ma rovinate, a Vienna, Madrid o Napoli ci hanno insegnato solo di recente, di avvicinare adeguatamente l'occhio critico degli specialisti agli originali.

Quest'anno a Milano ci siamo confrontati in modo ravvicinato non ancora con l'ope­ra d'arte, ma con i nostri mezzi per intervenire, per imparare meglio come essi agi­scono, quali possibilità teoriche e concrete possiedono, come possiamo utilizzarli al meglio. Nel 2008 potremo vedere come effettivamente saranno stati in grado di agi­re direttamente sugli strati pittorici.

Fino ad allora ricercate fin nella profondità massima della materia, moltiplicate le vostre esperienze positive ed anche negative: da queste ultime purtroppo s'impara di più!

Erasmus Weddigen Berna, novembre 2006