23 | 06 | 2017

Apertura Congresso 2012

Erminio Signorini (Presidente Cesmar7)

VI° Congresso Internazionale “Colore e Conservazione”

“PRIMA, DURANTE … INVECE DEL RESTAURO”

 

“Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio …

… Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,

che quella tesi scuotono. Il dubbio si desta….

… Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.”

(B. Brecht – trad. F. Fortini)

 

Buon giorno a tutti, saluto e ringrazio tutti i presenti per aver accettato l’invito e la proposta di partecipare a questo Congresso. Grazie, all’Università degli Studi di Parma ( che ringrazio in particolare nelle figure del Pro-rettore prof. Cristini, e della Prof. Antonella Casoli) che ha accettato di essere promotrice con il Cesmar7 di questo evento, mettendo a disposizione questa meravigliosa sala convegni e collaborando fattivamente in tutta la fase preparatoria. E ancora ringrazio la Soprintendenza di Parma e Piacenza, qui rappresentata dalla dott.sa Giusto e tutti gli enti patrocinatori , gli sponsor e le imprese , che per brevità non nomino, ma che trovate indicati nel programma.

Un particolare ringraziamento a tutti i soci e amici del Cesmar, che hanno lavorato perché il Congresso potesse essere realizzato. Sforzo davvero encomiabile. Non li posso nominare tutti, anche perché potrei dimenticarmene qualcuno, ma tutti assieme si è riusciti a costruire questa nuova iniziativa, che continua la serie biennale di “Colore e Conservazione”, e che soprattutto ha segnato la continuità della nostra Associazione. Ringraziamo anche i soci fondatori, che furono fondamentali per aver fatto partire il progetto Cesmar e averlo portato avanti per oltre 10 anni, fondamentali per aver indicato un percorso e un metodo, fondamentali per aver formato tutti noi negli anni passati. Li ringraziamo, anche se avremmo preferito averli ancora vicino con i loro consigli e le loro proposte. Li ringraziamo comunque perché la loro scelta di lasciare il campo ha sollecitato e spinto l’Associazione a riprendersi e a continuare le attività di studio, ricerca, aggiornamento e pubblicazioni. Oggi il Cesmar è un’associazione più giovane  che sta mettendo in campo però nuove energie e un metodo di lavoro più collettivo, per far continuare -e ci si augura- allargare il proprio patrimonio d’intelligenza, impegno, capacità di collaborazione e ruolo nel mondo della conservazione e del restauro in Italia e all’estero.

 

Una nota sul titolo

di questo 6° Congresso: sul “prima” e sul “dopo” pensiamo che sia chiaro a tutti; ci sono cioè operazioni che, rispetto agli interventi di restauro, possono e devono essere eseguite “prima” (documentazione, analisi, schedature, progetto, messa in sicurezza, ecc.) e altre che dovrebbero essere garantite anche “dopo” (manutenzione, controlli periodici, controlli ambientali, tenuta schede di conservazione, ecc.). Non vorremmo che , complice la difficile situazione di crisi economica, “invece” fosse inteso come scelta individuale di abbandonare o passare ad altri lavori, magari più redditizi e più facili. E’ ovvio che per noi “invece” significa studiare e mettere in atto tutte le operazioni che possono evitare il restauro delle opere, ben sapendo che se esso diventa indispensabile si è fallito a livello generale di manutenzione e di conservazione.   Si potrebbe aggiungere che quasi sempre operazioni preventive o conservative sono rinviate a dopo i restauri (ammesso poi che fortunatamente siano effettivamente eseguite!): quanto poco paga in termini di prestigio e di pubblicità l’aver proposto, in alternativa a restauri complessivi, semplicemente alcuni interventi di manutenzione e prevenzione!!

 

Un dubbio

mi è sorto (uno dei tanti) pensando a questa Relazione introduttiva: i temi che abbiamo proposto per questo 6° Congresso sono vari, anche se due sono i principali. Ma, il dubbio è: riguardano specificamente e direttamente i restauratori professionali o in formazione? Sapranno interessarli, dal momento che non trattano solo aspetti del loro lavoro quotidiano sulle opere?

Ancor più che nei precedenti, in questo Congresso è posto al centro il tema della conservazione e della prevenzione, più che le terapie nei confronti di singoli aspetti del degrado delle opere, più che le metodologie e gli strumenti e i materiali per gli interventi “terapeutici”.

La prima risposta mi è venuta dalla riaffermazione delle basi costitutive del Cesmar7: che non è un sindacato di una singola categoria di lavoratori, né un’associazione professionale specifica, ma un’Associazione che ha inteso riunire e far collaborare figure professionali e competenze diverse intorno al solo tema della conservazione e del restauro dei manufatti storico-artistici.

 

Della generale conservazione

il restauro è solo una delle operazioni possibili, anzi, come diceva Simona Rinaldi nel suo intervento al Congresso di Trento, in un “progetto complessivo … l’intervento di restauro andrebbe ormai considerato come una fase, peraltro non indispensabile, di un’attività più ampia di conservazione, nella quale giungere a prevedere e prevenire il degrado, perché il restauro che ripara un degrado già avvenuto rappresenta sempre per uno storico dell’arte una sconfitta della conservazione”. Con un interessante corollario  relativo alle indagini scientifiche “per evitare che da ausilio divengano il fine ultimo della ricerca, che viceversa deve rimanere in primo luogo ancorata alla conservazione dell’opera”.

Questi riferimenti mi portano a ripartire dal 5° Congresso “Colore e Conservazione” di Trento (2010). Lì si era detto che con quel congresso eravamo arrivati alla fine del percorso attraverso gli strati delle opere d’arte mobili (magari! mi vien da dire) e che le avremmo dovute guardare maggiormente nel loro contesto e in relazione all’ambiente; cioè, che si sarebbe dovuto fare un “cambiamento di ottica” per superare il cosiddetto “restaurocentrismo” e mettere “al centro la prevenzione e la conservazione … all’interno di una più generale logica di conservazione di tutto il patrimonio”.

Nello stesso Congresso si metteva in evidenza come nella realtà del restauro, soprattutto italiano, di fronte a problemi che ci dovrebbero muovere nella logica della prevenzione e dell’emergenza, si continui a privilegiare il momento “estetico”, la logica dell’evento eclatante, dell’ “effimero” –come direbbe Settis. Si accennava a recenti crolli allora avvenuti a Pompei, … che si sono ripetuti ancora in questi ultimi due anni; si aveva ben presente la situazione de L’Aquila dopo il terremoto, e ancora una volta quest’anno ad un nuovo terremoto si dovrà far fronte. E’ successo proprio qui vicino, in questa stessa regione e fortunatamente Parma ne è stata solo lambita. Ricordare tutto questo è doveroso, in primo luogo nei confronti delle vittime che esso ha provocato, ma sotto la nostra particolare angolazione, anche in riferimento al patrimonio perduto o danneggiato. Inutile, credo, citare il mai troppo considerato Giovanni Urbani. Ancora “più bui” appaiono quindi i nostri tempi, oltretutto in concomitanza con i pesanti effetti che la crisi economica sta creando anche al nostro settore, con la scarsità di risorse e di lavoro, col ritardo nei pagamenti, la chiusura di aziende e abbandoni della professione.

 

Eppure una via d’uscita

bisogna cercarla, ed è possibile. E’ possibile, anche per me, però se viene realizzato quel rovesciamento di cui si è detto sopra, se si realizza la “rivoluzione copernicana” che metta al centro la conservazione e la prevenzione, assegnando al restauro un ruolo di satellite, con il suo spazio orbitale specifico, ma non più con la posizione centrale. E’ possibile se il patrimonio nel suo insieme viene rispettato e salvaguardato, se viene considerato in primo luogo un bene di tutti, un bene comune. E’ possibile se a livello popolare, cioè di pensiero comune, si sviluppa una coscienza -coerente con la nostra Costituzione- che il patrimonio va tutelato. E’ possibile se togliamo fiducia a quella parte politica, alla sua logica mercantilistica, che da anni va proponendo e facendo norme che tolgono risorse e che puntano a vendere o privatizzare il patrimonio. E’ possibile se, come scrive ancora una volta Salvatore Settis, si contrasta il pericolo della rinuncia e se si sviluppa una volontà e pubbliche azioni di resistenza.

Se ben guardiamo si è realizzata negli anni una mutazione semantica illuminante: sono stati inseriti nel nostro vocabolario un certo numero di parole provenienti dall’ambito economico: al posto di “opere d’arte” o “opere dell’ingegno e della cultura” si è passati ad usare espressioni come “giacimenti” “beni” “valorizzazione” “patrimonio”. All’inizio le abbiamo assunte come metafore, utili magari per rialzare le sorti di un ministero, quello detto dei Beni e delle Attività culturali, tra i più marginali e sottovalutati. Poi, via via, hanno perso i loro significati metaforici, per assumere quelli loro propri, e cioè “valori economici”. Anche in questa trasformazione molto ha contato  la logica della mostra-evento o “mostre-blockbuster” in cui le opere adeguatamente “liftate” vengono esposte (T. Montanari), le frequenti movimentazioni di opere (sempre quelle) dei grandi maestri … che ancora più frequenti sarebbero state senza le meritorie azioni di resistenza di singoli funzionari, certamente non ben visti da massimi responsabili ministeriali o dai politici che li hanno nominati, che spesso non hanno nemmeno mai visto le opere che vorrebbero portare in giro per il mondo.

Chiudo questo punto con l’invito di Tomaso Montanari, che era rivolto agli storici dell’arte, ma può essere allargato a tutti quanti hanno a cuore la conservazione  del patrimonio (inteso nel suo autentico  significato etimologico): “E’ vitale combattere per la salvezza del nostro patrimonio artistico, per la conservazione e la tutela dell’ambiente culturale che abbiamo ereditato e che abbiamo il dovere di trasmettere alle prossime generazioni. Ma dubito che questa battaglia possa essere vinta se non torniamo a comprendere a cosa serve, questo patrimonio. Se non si torna a comprendere che Michelangelo non serve a fare qualcosa (a divertirci o a produrre ricchezza), ma a essere e a diventare qualcosa (più umani, più civili e, magari, anche più felici), non capiremo mai perché dobbiamo salvare Michelangelo: e alla fine lo perderemo anche materialmente.”.

Tutto questo per riprendere il filo del nostro discorso, sulla priorità della conservazione e della prevenzione. Soprattutto di questo abbiamo cercato di far parlare questo Congresso. Ancora una volta portando al confronto in Italia studi, ricerche ed esperienze condotte qui e in altri paesi. Non abbiamo la pretesa di affermare che non se ne fosse mai stato trattato qui da in Italia: per fortuna da alcuni anni anche da noi vengono conosciuti, e talora tradotti, scritti che presentano i punti più avanzati della ricerca; e anche diversi italiani partecipano a sperimentazioni o a progetti assieme a colleghi stranieri. Anche qui nell’Università di Parma sono state svolte tesi e ricerche su questi argomenti. Purtroppo però queste conoscenze rimangono patrimonio ancora di pochi, sia per difficoltà o inerzie linguistiche, sia per la convinzione di una superiorità presunta del restauro italiano, sia perché la maggior parte degli addetti resta chiusa nei propri luoghi di lavoro e raramente mette fuori il naso per aggiornarsi e confrontarsi.

 

L’articolazione del Congresso

come avete visto nel programma, vedrà all’inizio la presentazione di una serie di considerazioni generali sul restauro, alla luce anche del confronto tra qualche caso concreto. Un po’ di teoria, si dirà, per non sfatare il principio di quel vecchio asiatico, secondo cui “senza teoria, non ci può essere azione efficace”. Seguirà la presentazione dei poster.

Nel pomeriggio di oggi si affronteranno temi e aspetti del controllo ambientale, sia nei suoi contenuti generali che attraverso alcune esperienze dirette. E’ certamente l’argomento cardine intorno a cui ruota tutto il tema della prevenzione e della conservazione. Tema non ignoto nemmeno agli artisti del passato e agli antesignani dei nostri “conservatori”, ma che oggi è diventato ancora più rilevante in relazione ai numerosi fattori di degrado ambientale e al consumo culturale di massa.

La giornata di domani tratterà, come nucleo maggiore, il tema della deacidificazione dei supporti cellulosici. Tema ben noto anche in Italia per i manufatti cartacei, molto meno frequentato per i supporti tessili tradizionali. L’avevamo ben presente anche per il nostro 2° Congresso (2004) sul Minimo Intervento, ma poi nell’economia dei lavori non trovò adeguato spazio. In altre realtà del restauro, soprattutto laddove maggior importanza già da tempo fu data a cercare di non foderare i dipinti su tela, il tema ha conosciuto sviluppi ed esperienze, che saranno qui riferite. Ci interessa quindi ascoltare il percorso realizzato da quelle prime esperienze fino alla ricerca più recente, per allargare l’approccio e le possibilità del Minimo Intervento a queste metodologie, che davvero potrebbero fornire fondamentali elementi alla conservazione dei supporti cellulosici, tanto frequenti tra i manufatti storico-artistici. L’aspettativa è che vengano messe a punto metodologie semplici e materiali gestibili anche nei comuni laboratori di restauro.

Anche alcune relazioni che seguiranno nella giornata di domani potranno essere viste come riprese, aggiornamenti o integrazioni di argomenti trattati nei precedenti congressi (supporti tessili, consolidanti, supporti lignei).  Nel pomeriggio di domani   saranno affrontati alcuni aspetti legati alla movimentazione delle opere, che, come sappiamo, rappresenta spesso un grave fattore di stress e talora una causa di danni pesanti.

I lavori saranno conclusi, da una sintesi di Stefan Michalski, ricercatore che non ha bisogno di presentazione e già relatore in precedenti Congressi “Colore e Conservazione”, che ai temi della prevenzione e della conservazione ha dedicato molti importanti studi.

 

Avviandomi alle conclusioni

riprendo il dubbio iniziale: ma questi argomenti interesseranno i restauratori? Muoveranno la curiosità e il desiderio di affrontarli da parte dei giovani studenti in formazione? Saranno capaci di spingere le altre figure coinvolte nella conservazione a metterli al centro delle loro scelte?

Intanto ritengo positivo metterli sul piatto della discussione e del dibattito. Ma poi penso che lo spazio per la loro applicazione rimanga soprattutto nelle mani e nelle competenze di chi opera direttamente sui manufatti. Ritengo, soprattutto nella realtà attuale, che essi possano e debbano diventare patrimonio professionale degli operatori, in stretta collaborazione con le figure professionali che si muovono per la stessa finalità. Sono compiti che spettano proprio agli operatori, che con la loro esperienza, il loro occhio allenato e la loro sensibilità, potranno capire quali e quanti piccoli interventi di controllo e di manutenzione siano utili e necessari alle opere. La loro presenza periodica, i suggerimenti ai responsabili della tutela perché si intervenga quando necessario (magari con qualche occupato in più nelle Soprintendenze con questi compiti di controllo), la costituzione di cooperative o altre imprese giovanili formate per la manutenzione, non potranno che arricchire anche le potenzialità occupazionali e lavorative della categoria. E anche di questo si sente la necessità.

Nel precedente Congresso avevo riportato una citazione dello spagnolo Flaquer, con cui vorrei concludere questa Introduzione: scriveva di aver “individuato due aspetti fondamentali a favore della sopravvivenza e, soprattutto, dell’autenticità del patrimonio culturale: il profondo rispetto delle opere e il carattere preventivo della manutenzione. Al momento sono due belle utopie che meritano uno sforzo comune perché si convertano in realtà …”. Era il 1997 quando scriveva queste parole; sono passati 15 anni e l’impegno ci sta ancora davanti. Spetta a tutti noi portarlo avanti.